Una narrazione al di là del mainstream.
Lo scorso 31 gennaio a Torino è andata in scena una grande giornata di mobilitazione popolare. La manifestazione, indetta dal centro sociale Askatasuna a seguito dello sgombero dello stabile al n°47 di Corso Regina Margherita avvenuto a dicembre 2025, ha visto un’enorme partecipazione eterogenea e trasversale. Il messaggio che si voleva dare era chiaro fin da subito ed era stato definito all’assemblea nazionale che si era svolta al Campus Einaudi di Torino il 17 gennaio e di cui abbiamo parlato nell’articolo “Askatasuna: difesa e contrattacco” .
Rilanciare la difesa degli spazi sociali, ora più che mai sotto attacco in tutta italia, ma andare anche oltre. Sulla scia del movimento Blocchiamo Tutto (mobilitazioni a sostegno del popolo palestinese) di settembre/ottobre 2025, continuare ad opporsi alle politiche di guerra e riarmo che stanno pervadendo tutta la nostra società. Questo mentre la crisi climatica avanza, le scuole e la sanità pubblica cadono a pezzi, i salari sono tra i più bassi d’Europa ed avere un tetto sopra la testa è sempre più un lusso.
Il 31 la risposta è stata importante. Tre gli spezzoni con partenze da punti diversi della città, a comporre delle piazze tematiche.
A Palazzo Nuovo, occupato nei giorni precedenti, era previsto lo spezzone dei collettivi universitari e dei comitati cittadini del quartiere Vanchiglia (dove si trova lo stabile).
Da Porta Susa invece era prevista la partenza dei sindacati di base, partiti della sinistra radicale, spazi sociali torinesi, assemblee studentesche e collettivi per il diritto all’abitare.
Infine da Porta Nuova si erano concentrati movimento No Tav, movimenti ambientalisti, movimenti transfemministi e movimenti per la Palestina e per il Rojava.
Alle 14:00 partiva il corteo da Porta Susa che si ricongiungeva poi allo spezzone di Porta Nuova ed infine a quello di Palazzo Nuovo in piazza Vittorio, per comporre un enorme serpentone che attraversava la città di Torino. Tanti i contributi e gli interventi al microfono che hanno arricchito la giornata.
L’imponente militarizzazione della città e le misure restrittive e cautelari che hanno colpito diverse persone fin dai giorni prima non hanno influito sull’afflusso di persone. Hanno invece alimentato ulteriormente la tensione in una situazione già particolarmente tesa. Dato che l’intero quartiere Vanchiglia risulta militarizzato da ormai oltre un mese, con grate, jersey e blindati che circondano le zone intorno allo stabile che ospitava il centro sociale.
Nel tardo pomeriggio il corteo ha deviato in corso Regina Margherita per avvicinarsi all’ex centro sociale. Lì era schierato un corposo numero di celerini, carabinieri e finanzieri in tenuta antisommossa che hanno iniziato da subito un fitto lancio di lacrimogeni. La reazione dei manifestanti non si è fatta attendere, e da quel momento sono partiti gli scontri che si sono protratti per più di un’ora. Fino a che il corteo ha ripreso il suo percorso arrivando al punto di arrivo prestabilito in corso Novara.
Subito dopo la manifestazione e gli scontri sono partite le solite parole di condanna e criminalizzazione sia da destra sia dal centro sinistra. Chi ha parlato di violenza inaccettabile. Chi di sfregio alla città. Chi ha parlato di delinquenti. Chi di infiltrati. Chi addirittura ha mosso paragoni, completamente fuori da ogni logica, con le Brigate Rosse. Non poteva mancare poi la solita inutile divisione tra manifestanti “buoni” e “cattivi”. Non c’erano né delinquenti, né infiltrati. Ma persone che pur di cambiare l’attuale stato delle cose nella nostra società sono disposte a mettere in campo pratiche diverse di conflitto sociale. Non che ci siano modalità più giuste o altre sbagliate, sia chiaro. Ognuno porta in piazza i propri modi di esprimere dissenso. Su questo dovremmo imparare dal Movimento No Tav. Che da più di trent’anni porta avanti la lotta in Val Susa. Con diverse pratiche e modalità. Ognuno con la sua, con consapevolezza e senza denigrare l’altra.
Tutte persone che riconoscono il ruolo e l’importanza dell’Askatasuna per il suo ruolo sociale che ha avuto negli anni. Che non abbassano la testa davanti alla crescente militarizzazione delle nostre vite; che non accettano le politiche di riarmo mentre le scuole e gli ospedali pubblici vanno in frantumi; che non rimangono in silenzio sul genocidio palestinese e sulla complicità del governo italiano. Mentre i salari rimangono al palo e si fa difficoltà ad arrivare a fine mese o ad avere un tetto sulla testa. In difesa degli spazi sociali, luoghi di cultura e aggregazione al di fuori delle logiche del capitalismo.
La politica istituzionale non si pone domande, non cerca di capire le ragioni, dall’alto dei loro posti in parlamento e senza più un collegamento reale con il popolo, si limita ad usare le solite parole intrise di retorica: come in una gara a chi usa la condanna più forte. Forse pensando di racimolare qualche voto in più.
D’altra parte, la distanza di questi politicanti con il popolo è cosa nota già da un pò. Basta vedere i dati riguardanti l’astensione elettorale. C’è una parte molto consistente del paese che non si riconosce più in questo sistema. E allora le loro posizioni sono messe in pericolo. Per questo, dalla destra al centro sinistra, si condanna e si grida allo scandalo senza fare analisi approfondite. A loro interessa mantenere lo stato attuale delle cose per poter fare i loro comodi.
Ma la giornata del 31 gennaio ha dimostrato che la gente non accetta tutto ciò.
Infine, non poteva mancare la commedia sul poliziotto aggredito. Senza aver capito bene le dinamiche, tutta la politica e il giornalismo mainstream si è mossa in modo ipocrito in solidarietà al “povero” poliziotto e al suo collega che tra l’altro sono stati dimessi dopo un paio di giorni dall’ospedale. Un teatrino a cui ha dato il via Giorgia Meloni, cavalcando l’onda delle condanne.
Ma le dinamiche dell’accaduto sono importanti. Fa luce sull’accaduto la giornalista Rita Rapisardi che ha visto con i propri occhi quanto successo. La sua testimonianza dimostra tutt’altro che un’aggressione immotivata ma piuttosto una reazione al celerino che evidentemente non stava facendo nel modo giusto il suo dovere.
D’altra parte sono stati diversi gli abusi e le violenze da parte delle celere durante il corteo.
Raccolte bene nel dossier pubblicato su InfoAut “Il vero volto del governo nella gestione dell’ordine” . Persone inermi picchiate violentemente, lacrimogeni altezza uomo e molto altro.
Ma non si è vista la premier far visita all’ospedale ad una di queste persone che hanno subito da chi, in teoria, dovrebbe garantire la loro incolumità.
Come del resto non si è vista per i morti sul lavoro o come non si è mai vista farsi vedere così celermente per il disastro di Niscemi in Sicilia, regione governata dal centro destra. Meglio nascondere le proprie responsabilità e giocare sull’aspetto mediatico e propagandistico.
Da questa situazione pare che il governo inasprirà ancora di più le leggi sulla sicurezza. Ma non stupisce più di tanto. Il decreto annunciato è il tassello in più di un escalation securitaria iniziata ormai da un po’. E la manifestazione del 31 è solo un pretesto. Infatti il testo del decreto era già in parte pronto, aspettavano solo l’attimo giusto, che sarebbe arrivato comunque in un altro momento. Perché questa è la vocazione e l’indole politica del governo. Che sta togliendo man mano le libertà, che guarda con favore a modelli reazionari come quello trumpiano e le modalità violente dell’ICE che abbiamo visto in queste settimana negli USA.
Sabato 31 gennaio a Torino abbiamo visto una piazza che ha dimostrato che c’è un’alternativa politica che si muove su un piano non istituzionale. Un piano in cui non si riconosce più una fetta importante della popolazione. In un contesto di genocidi, colonialismi, guerre esterne ed interne, quelle persone sentono il bisogno di una visione diversa. Che esca da questo sistema capitalista opprimente che vuole persone impilate, silenziose e ubbidienti. E quando qualcuno mette il bastone tra le ruote di questi ingranaggi scatta il loro allarme, si criminalizza e si fa appello alla non violenza, in difesa dello stato attuale delle cose.
Questa manifestazione è stata però una tappa di un percorso ancora lungo e tortuoso. Un percorso che sta cercando di delineare una prospettiva aperta e che guarda a un futuro diverso. Altri pezzi di questo percorso saranno lo sciopero internazionale dei porti, previsto per il 6 febbraio, per ribadire che i portuali non lavorano per la guerra, e la due giorni di incontri che si terranno a Livorno il 21 e il 22 febbraio “Per realizzare un sogno comune” .





















